Come trasformare un simbolo in una bandiera e offendere i cristiani veri


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Faccio una premessa:  io credo che lo Stato debba essere laico ed equidistante e sono dell’opinione che i simboli religiosi debbano essere esposti nei luoghi dedicati, non nelle aule consiliari o nelle scuole.

Tuttavia, visto che di solito rispetto le leggi ( anche se seguo la linea del lex mala lex nulla)  se trovo un crocifisso in classe non lo stacco dal muro, dal momento che la nostra legislazione prevede possa esserci, anche se non ho bisogno di un simulacro di plastica per sentirmi cristiano.

Curiosamente, o forse no, nel giorno in cui la giunta comunale di Genova, formata anche da neofascisti difensori dei naziskin che imperversano con le loro bravate da ragazzini idioti in giro per il paese e dagli xenofobi della Lega, approva la presenza del crocifisso nell’aula consiliare, due genitori durante un incontro a scuola, chiedono conto dell’assenza dei crocifissi dalle aule, con motivazioni, da parte di un genitore, assai simili a quelle dei difensori dell’asilo di Multedo.

Onestamente come cristiano, credente e, saltuariamente, anche praticante, mi sento offeso da chi trasforma un simbolo di pace, dedizione all’altro che arriva al sacrificio della vita, in una bandiera da sventolare indegnamente. Questo per la giunta Bucci, sulla scuola tornerò più avanti.

Poco ha a che fare il crocefisso con gli eredi dei fascisti, con i naziskin e con i razzisti, poco o nulla ha a che fare con una cultura dell’odio e della chiusura, una cultura che svilisce e beffeggia il nemico, che sia comunista o straniero poco importa, una cultura che nasce, nel nostro paese, seminando odio, morte e distruzione e, in anni più recenti, dalle ceneri lasciate dalle bombe nelle piazze, sui treni, nelle stazioni.

Sventolare il crocefisso come una bandiera, dargli una appartenenza politica contrapposta a quella degli avversari, suona alle mie orecchie di cristiano come un gesto di tale cattivo gusto che rasenta la bestemmia.

Per quanto concerne la scuola, sono fermamente convinto che debba restare laica e che pretendere che la presenza del crocefisso in classe sia necessaria per ribadire la superiorità della nostra cultura nei riguardi di chi arriva da altre tradizioni, ne snaturi completamente il significato, che una tale visione sia frutto di un cristianesimo di facciata, svuotato del suo messaggio di apertura e utilizzato per mascherare le proprie idiosincrasie. Il fatto che si parli di ragazzini e ragazzine adolescenti, rende il tutto un po’ più triste e un po’ più grave.

Da insegnante di storia e letteratura mi capita spesso di affrontare temi religiosi e lo faccio sempre rispettando il principio di laicità e svincolando i miei discorsi dalle questioni di fede, che non ritengo rientrino nelle mie competenze.

Non ho mai tolto un crocefisso da una classe non intendo farlo anche se reputo che sarebbe molto più istruttivo, formativo e giusto affiggere nelle classi le immagini dei nostri eroi civili: Salvo D’Acquisto, Borsellino, Falcone, Giorgio Ambrosoli, ecc. , sia per mantenere viva e aiutare a formarsi una memoria civile condivisa, sia perché queste persone, cristianamente, hanno sacrificato sé stesse per gli altri e non sono simulacri ma uomini e donne veri, che sono morti e hanno vissuto per la libertà di tutti.

E’ deprimente constatare il mare di ipocrisia su cui questo paese continua a navigare, verso il nulla, accompagnato dal nulla, immerso in un assordante rumore di nulla.

Genova muore a Multedo


Qualche tempo fa in via XX Settembre, in pieno centro città, si radunò davanti a un palazzo un centinaio di persone che portavano delle bottiglie d’acqua. Avevano tagliato l’acqua a un gruppo di immigrati ospitati in quel palazzo e tanti genovesi hanno detto no, questo è troppo. A scuola, alcuni miei alunni mi videro sul giornale, c’eravamo anch’io e mia moglie tra quelle persone, e mi chiesero cosa era successo. Quando terminai il mio racconto, una ragazzina ecuadoriana disse: “ Dobbiamo fare qualcosa anche noi, non è giusto, ci dica cosa possiamo fare”.

Potrei concludere qui quest’articolo sulla vergognosa vicenda di Multedo, una vicenda di razzismo pregiudiziale e scaricabarile politico, potrei concludere dicendo che grazie a Dio, i ragazzi sono meglio di noi. Anche quelli stranieri.

Quella è stata l’ultima occasione, non accadeva da tempo, in cui mi sono sentito orgoglioso di essere nato casualmente in questa città. Dopo lo sgombero del campo rom con miei alunni annessi nel quartiere  in cui lavoro, sgombero necessario e sacrosanto, effettuato nel peggiore dei modi possibili, per calcolo politico, dopo questa vicenda di Multedo, torno ufficialmente a essere quello che sono sempre stato: un figlio di emigranti, operai, senza terra sotto i piedi e senza bandiere da sventolare.

A Multedo muore la Genova operaia e solidale, la gente pronta a compattarsi per gli oppressi e i diseredati, la Genova antifascista, medaglia d’oro della Resistenza, la Genova che scende in piazza contro il congresso dell’Msi, la Genova che segna la strada, quella che nel 2001 insulta I picchiatori in divisa, la Genova operaia e internazionalista, la Genova di don Gallo e don Prospero, dei preti di fabbrica, la Genova che piange Guido Rossa e dice no alla violenza.

Io abito a Pegli, cinque minuti da Multedo e in quindici anni, non ho mai sentito di un fatto di cronaca che avesse come protagonista uno straniero. Mafiosi che vivevano nel quartiere, si, omicidi in odore di  mafia, si, scontri tra figli dei quartieri dormitorio delle  colline, sì.

Multedo ha i suoi problemi, i problemi di una città morta, dove i giovani non hanno prospettive e si chiudono le fabbriche, dove i problemi restano immutati e irrisolti da decenni, dove la politica fa promesse che non mantiene mai.

Anche Cornigliano ha i suoi problemi, è il quartiere dove lavoro da quando vivo a Pegli.  A Cornigliano sedici anni fa, di stranieri ne arrivavano a centinaia, siamo passati dal trenta per cento di stranieri nelle scuole al sessanta per cento di oggi. Ricordo discussioni, tensioni, problemi, fraintendimenti, ma mai levate di scudi aprioristici e ingiustificati contro persone che arrivavano da lontano.

Molto, moltissimo, per la condivisone di percorsi comuni, integrazione è parola che detesto, ha fatto la scuola, prima le maestre e i maestri, infaticabili, impagabili per la loro fantasia e il loro impegno quotidiano, poi i professori della scuola media, i miei maestri, persone che non andavano in televisione parlando di “splendide esperienze con gli stranieri”, come va di moda oggi in tv e sui giornali, ma le esperienze le facevano sul campo, ogni giorno, senza lamentarsi. Continuiamo a lavorare così, in silenzio, senza avere l’onore di prime pagine e servizi televisivi, perché riteniamo che lavorare così faccia parte dell’etica del nostro lavoro.

Mi chiedo: perché Cornigliano, disastrata, avvelenata per decenni dai fumi dell’Italsider, quindici anni fa andava bene e Multedo, oggi, non può accogliere sessanta persone? Perché certi quartieri sì, e altri no?

Ma soprattutto mi chiedo quale insegnamento danno ai loro figli quelle persone che manifestano il loro odio pubblicamente verso altre persone che non conoscono, di cui non conoscono le storie e le aspettative?

Mi spiace, so di essere impopolare, ma queste persone, per me, non hanno giustificazione. Qui si parla di umanità, pura e semplice e il fatto che i profughi verranno ospitati in una struttura della curia rende tutto solo un po’ più triste, un po’ grottesco. Non c’entra niente la politica, né il mio essere cattolico: si tratta di una questione etica.

E veniamo all’atteggiamento della politica. Il Pd, sempre più spostato a destra, che a Genova offre una delle sue versioni più penose, tace. Anche perché la sinistra ha senza dubbio la colpa di non aver risolto il problema epocale dello spostamento del petrolchimico da Multedo, quello sì, problema serio che meriterebbe barricate.

La nuova giunta, salita anche grazie alle tendenze xenofobe della sua maggioranza, lascia la patata bollente al prefetto, nella migliore tradizione della vecchia politica. Da quando il nuovo sindaco si è insediato, abbiamo sentito tante chiacchiere, assistito a nomine ai confini della realtà, ma visto pochissimi fatti e, quei pochi, irrilevanti.

Ecco io credo che anche la politica dovrebbe porsi un problema etico: l’odio non giova a nessuno, l’odio cieco, ancor meno, anche perché l’obiettivo può cambiare a seconda del momento e a quelli a cui conviene oggi può non convenire più domani. La politica dovrebbe educare al rispetto del dettato costituzionale che parla di uguaglianza  e condanna del razzismo e delle discriminazioni.

Purtroppo, Multedo è lo specchio di un paese senza direzione e senza valori di riferimento, la guerra tra poveri è l’inevitabile conseguenza della guerra al buon senso e all’ integrità combattuta e trionfalmente vinta dai nostri politici negli ultimi anni.

“La speranza è nei prolet”, recitava Orwell, la speranza è negli ultimi, in quelli che si rimboccano le maniche e ogni mattina, lavorano duro per portare a  casa il pane.

Ci abbiamo creduto in molti a quelle parole, purtroppo, oggi, dobbiamo accettare il fatto che la speranza, se c’è ancora, è altrove.